Il Buddismo ha notevolmente influenzato l'
Hek Ki Boen e per meglio comprendere questo aspetto propongo un articolo del mio Suhu Riccardo Di Vito così che sia chiaro questo elemento profondo del Sistema:
Spesso mi viene chiesto se ci sono radici filosofiche nella
nostra pratica. Chiaramente sì. Il Buddismo ha profondamente influenzato
l’
Hek Ki Boen, perché non si tratta solo di un’Arte Marziale che
insegna a combattere (in passato ad uccidere), ma di una delle Vie per
il perfezionamento spirituale. Non a caso le Arti Marziali Tradizionali
Cinesi si svilupparono in un monastero
Chan. La vita in un monastero
Chan era
adattissima per chi voleva praticare seriamente: l’alimentazione era
frugale, il sonno solo in quantità strettamente necessaria e su un duro
giaciglio, il lavoro e l’allenamento fisico molto pesanti, la disciplina
severissima. Erano richiesti puntualità, autocontrollo, sopportazione
del caldo, del freddo, del dolore, imperturbabilità di fronte al
pericolo ed alla morte.
Il Buddismo Chan insegna a vuotare la mente, a liberarla da
ogni idea, da ogni influenza esterna. Si può così arrivare ad uno stato
di ricettività totale, che permette di reagire istintivamente al minimo
stimolo. Se la mente è libera da ogni pensiero, priva di aggressività o
paura, si possono percepire le intenzioni di un avversario ed agire di
conseguenza; si può coltivare cioè un sesto senso che permette di
prevedere il pericolo e di anticipare le azioni del nemico.
Se la mente è invece turbata da pensieri o da preoccupazioni
d’attacco o di difesa, non è possibile percepire correttamente le
intenzioni dell’avversario e si può essere tratti in inganno anche da
una banale finta. Il vuoto della mente ed il duro allenamento del corpo
permettono di raggiungere l’unità di spirito e di corpo: il corpo
(temprato dall’esercizio) non più frenato dalla mente (vuota) è pronto
allora a reagire istantaneamente nel modo più efficace e puro agli
stimoli. Non vi è più nessun freno fra percezione e reazione; il tempo
di reazione è il più breve possibile e la tecnica “perfetta”. Le
tecniche “perfette” sono sempre eseguite in maniera inconscia,
paradossalmente prima eseguite e poi pensate.
Come non menzionare gli ideali pacifisti e di non violenza del
Buddismo, per cui il fine pratico delle arti marziali non è
l’eliminazione dell’avversario, ma l’autodifesa e la protezione dei
deboli. Ricordiamoci che per il Buddismo
Chan si può sperare di
ottenere il “risveglio”, l’illuminazione solo attraverso la
concentrazione spirituale e la meditazione e non tramite la conoscenza
teorica. Non è una religione (non ricerca infatti l’immortalità, non
conosce dèi, non ammette concetti come il peccato o l’anima), ma si può
solo considerare un “sistema di vita”.
Chi pratica il Buddismo
Chan deve educarsi a vedere
direttamente dentro di sé, per scoprire la natura intima della realtà,
senza l’aiuto dell’intelletto. Per arrivare a ciò sono indispensabili le
pratiche della concentrazione mentale e della meditazione. Durante la
meditazione bisogna ricercare il vuoto totale dentro sé stessi, bisogna
far tacere la voce incessante della mente, bisogna abolire ogni
pensiero, ogni emozione. Per mettere sotto controllo l’attività della
mente è necessario regolare opportunamente la respirazione.
Scopo della meditazione è quello di consentire all’individuo di
entrare a contatto, in maniera totale, con la realtà vera che lo
circonda. In ciò consiste l’illuminazione, il “risveglio”. Le cose si
vedono allora in maniera completamente diversa, come attraverso un terzo
occhio, un occhio spirituale. Questa nuova visione di se stessi e del
mondo è intuitiva, supera qualsiasi rappresentazione mentale e non
deriva assolutamente dal pensiero o dal ragionamento.
L’illuminato vede le cose dall’interno, un po’ come le vede un grande
artista che ha la capacità di rappresentarle condensandone l’intima
natura in pochi tratti essenziali. Si può comprendere allora quanto
dobbiamo come praticanti di
Hek Ki Boen Eng Chun alla scuola
Chan,
che insegna a non preoccuparsi del passato o del futuro, ma a dare la
massima importanza al momento presente che è il solo in cui siamo
veramente vivi.
Quando si è in pace con se stessi e non si è preda di cento desideri,
preoccupazioni, dubbi, paure e passioni, si può agire in piena libertà e
con tutto il proprio essere. Si partecipa allora ad ogni cosa
perfettamente “svegli” ed in totale concentrazione. Si gustano le cose
senza essere legati ad esse. La mente diventa come uno specchio: è
perfettamente lucida, presente e riflette tutto quello che vi è intorno
senza che pensieri o preoccupazioni possano interferire. Si impara così
ad essere dei “testimoni”, degli “spettatori distaccati”; il pericolo o
la morte non fanno più paura: sono riflessi dallo specchio della mente.
Alcune persone sostengono che il fatto che sia un’Arte Marziale
dovrebbe avere come scopo il combattimento. In realtà, invece, il primo
fine di ogni arte è interno: un pittore dipinge in primo luogo per se
stesso. Poi, se vuole, vende e guadagna, ma non è questa la ragione
iniziale, anche se ci sono pittori che dipingono solo per vendere i
quadri. Bisogna capire, quindi, se l’Arte Marziale sia qualcosa di fine a
se stesso o se sia collegata al raggiungimento di uno scopo funzionale:
un approccio molto lontano dall’utilitarismo occidentale, interamente
centrato sul raggiungimento di un obiettivo.
Il concetto chiave del Buddismo
Chan è “senza scopo e senza
profitto”: esso indica l’attitudine necessaria per svolgere un’azione
impeccabile. Così nel tiro con l’arco lo scopo per cui si incocca la
freccia e si tende l’arco non è quello di fare centro, bensì quello di
incoccare la freccia nel modo migliore possibile e di tendere l’arco nel
modo migliore possibile. E’ l’eccellenza per l’eccellenza. La
perfezione fine a se stessa. L’obiettivo (il bersaglio) è qualcosa che
viene da sé, come effetto necessario e non cercato. E’ una conseguenza,
non la ragione per cui si svolge l’azione.
L’enfasi sul raggiungimento di un obiettivo, al contrario, svalorizza
l’azione e – paradossalmente – la rende anche meno efficace. Ne “Lo zen
e il tiro con l’arco” il Maestro spiega all’allievo che non riuscirà a
far centro finché il suo spirito sarà “là sul bersaglio” e non “lì” dove
lui si trova adesso e dove deve agire. Difficile da capire per gli
occidentali abituati a giudicare un’azione dai risultati che ottiene.
Per molti un combattimento si traduce in “vincere” o “perdere”, mentre
lo scopo dell’Arte Marziale in quanto Arte è “combattere in modo
impeccabile”, così come lo scopo di un pittore è creare un quadro che
traduca su tela la sua ispirazione. Vincere (o vendere il quadro) sono –
potremmo dire – effetti collaterali, che si realizzano tanto più quanto
meno li si cerca.
Quante volte di un pittore si dice che “è diventato commerciale”, per
intendere che la qualità è scaduta proprio perché si è focalizzato
sull’obiettivo (il mercato), anziché sul processo fine a se stesso. Da
questo punto di vista, dunque, l’Arte Marziale, come ogni Arte, è un
mezzo per rendersi eccellenti e per esprimere la propria eccellenza.
L’Arte Marziale, rispetto ad altre Arti, ha qualcosa in più, che la
rende particolarmente idonea a un percorso di tipo interiore: un lavoro
di auto-perfezionamento e di auto-trascendenza che deve vedersela con la
paura, il potere, il dolore, l’attaccamento, l’impermanenza e la morte.
Quale strumento può essere più idoneo di un’Arte Marziale?